PRESENTAZIONE:
Mira Vuk (all’anagrafe Selena Perco) nasce a Roma nel 1976 nello storico quartiere Monti, da genitori romani ma con nonni migrati a Roma dal Veneto, dalla Sicilia, dalla ex Jugoslavia. L’ambiente muticulturale in cui cresce e cui dà tributo ricordando, nel nome d’arte scelto, la nonna slava, fa sì che fin da ragazzina sviluppi interesse per le lingue e la psicologia sottesa al linguaggio e per l’inesauribile facoltà poietica dell’essere umano espressa nelle diverse forme simboliche delle lingue e culture del mondo.
I componimenti poetici di Mira Vuk sono centrati su quattro tematiche cardini: la poetica dell’oceano, intesa come sentimento di struggenza malinconica dove la mente, e il cuore, si perdono nell’oblio di un orizzonte che è sempre un po’ più in là; il desiderio come fonte di vita e vitalità nell’appagamento mai raggiunto e il senso di solitudine che ne deriva; la memoria come possibilità di riscatto sull’inesorabilità vorace del tempo-Cronos; il viaggio come itineraria mentis in cui partenza, transito, permanenza e rientro divengono altrettante tappe dello Spirito, in uno spazio denso di significati interiori. Infine, tematica che fa da collante a tutte le altre, l’esser donna e i valori e significati profondi legati al significato della femminilità e al suo mutare nel corso dei secoli.
Poesie:
SALINE
E tu, uomo dal nome indomito, denso e sapido, che arde, dove sei? In quale limbo tramuti il tempo amato in oblio?
Vorrei perdermi, davvero, nel protendersi delle schiume oceaniche –
ma evaporo, nelle saline del tempo.
Ab imo pectore
I.
sospesa tra il vento e un sapore
salmastro che abbluastra le vene
tutta fiutando di terra e foglioline
bagnate e già riarse di sole
e sale e pietre scheggiate
trapassate da gocce, corrose dal pianto.
E cammino, avanzo nella traccia,
nel segno odoroso m’avanzo.
Stringenza del tempo,
nel tempio mi avvolge la fragranza,
speranza caduta come lacrime
olio caldo e lento, m’attorce
e brucia ricordando l’abbraccio perduto.
II.
Soprassalto
il corpo sussulta rannicchiato
nel letto sfatto
non d’amore ma di strappi all’anima
il cappio dei perché si fa più stretto
e stringe a morte le lenzuola
macerate da sale e umori.
Battuta sì, e forgiata. Mi rialzo.
Tutto quello che non sai è qui,
e sussulta rovente il cielo
inghiottito dall'antro.
III.
Una civetta lacera il velo quieto
nella notte
desta zone d’ombra ove tremolano
fiamme gemelle un dì,
irriconoscibili, ferite, corrose dal sale
indicibilmente sole.
Vola via la strigide
occhi mobili come fuochi gialli
nel vuoto irrisolvibile
incommensurabile, atro
del desiderio destato e ferito.
IV.
Madre nel sangue recidesti
la fibra che ci univa
per alzarmi offrendo sacrifici
alla pietra cosparsa di sale.
Ma priva di sole e calore, nell’ombra
sfuggì la grazia del plasma vitale
lasciando intatti i cristalli di halite.
Le piaghe del pianto innocente,
senza requie, lasciasti suppurare
e un saprofita nutrendosi del marcio addio
trasformò la materia preziosa,
soffocando nella terra fermentata
ciò che fu vetta e unione e vento.
V.
Da sabbia e sale non nasce la vita
turgida dei ricordi promessi
ma spine antiche rotolano portate dal
vento torrido
fintanto che sonora la disillusione ruba
la notte
ai sogni quieti della terra un tempo
ubertosa.
Minuscoli frantumi vetrosi pulsano
dirompenti
dall’anima schiacciata esigono spazio
di verticalità, germogliando
si nutrono del sangue perenne del
desiderio
ebbri ne celebrano il dolore di radice
ritorta.
Altrove cadono le prime foglie, ma non
erano gemme vive?
Cadono seccate pensandosi
turbine, luminose,
nel vento del deserto ardente ora
lontano
la speranza, un miraggio riflesso
da sabbia e sale accolta.
VI.
Un sole bastardo sfiorito di nebbia
trafigge il mattino, sfinito
il respiro contrae sbarrando strade,
mutandone il verso
racchiuso da vene laccate d’oriente.
E le parole nascoste, ma dove?
Dolente si immerge la mano
nel sale dei ricordi e bruciano
le stelle, trasparendo sonorità
infatuate del vento, egre di gioia,
di plumbeo oblio assiderate.
VII.
E quando tutto tace
nella sera livida
nello spazio incommensurabile
di affanni e possibili perdite
rivive il giorno sfogliato
con dolcezza atterrita di realtà
e il desiderio affranto si consuma
percorso da umido e caldo sale.
VIII.
Lasso il battito d’ali
nel tempo decorso
copie di copie di istanti
scivolano su roventi rotaie
ove sequenze interminabili
si oppongono all’attrito.
Eravamo attesa del tocco
di rugiada sapida e frantumata.
Ora lacrima il pertugio per l’ardere.
Ma il sole è già lontano.
IX.
A mente distratta
ripasso memorie
di senso effimere, indisponibili alla soluzione
ore insondate d’abissi plurimi,
possibili interpunzioni all’esistenza:
vi ho immerso le mani
cercando antinomie per una volta
o per sempre a chiosa,
ferita dai cristalli marini, ho scelto;
e il dolce assedio m’inonda,
cancellando la morsa e stringendomi all’altro.
X.
E sento i tuoi passi nel giorno
in un giorno qualunque
mi adorno
di meraviglia, umile velo
scontando tra desiderio e rimpianto
un affranto
spazio di verità mai colmato
a trasudare speranza e gocciole di te.
XI.
Malinconia,
bocciolo di galanto
proteso all’eterno
ma un tepore ghiacciato trattiene
nella candida terra.
Saremo, se l’Essere è:
se mi rialzo è perché ho nostalgia
la Madre mi abbraccia
ma ciò che voglio è traspirare in Te.
XII.
Così sei nella menzogna dolce e feroce
dalle monadi chiamata sogno,
un tempo infinito nel lampo già fugace
lacera il buio dominio di Cronos.
Perpetua astrazione, la voce il desiderio
consuma disperdendosi in arcobaleni
diffratti da salgemma pungente,
né limpidi o puri, solo veri. Immortale
l’anima ricorda e rifugge la disgregazione
e la carne sfregiata dal tempo
riposa dimentica della mera opinione
che la mente nel buio ritorce su sé,
illudendosi nel dondolio del sonno,
quando fuori annega nella nostalgia
smaniosa e molesta e similare
al capriccio di bambini rumorosi.
XIII.
Il dubbio del torbido desiderio
rimesta i sapori dell'oceano
e la sedia, reclinata come questa tristezza
vana non invita al convivio
cava, attende, battuta dai venti
di un Est infecondo,
trascinatore di genti eppur solo,
appartato e irrequieto, disperso
tra la folla trovasti il deserto
ove tende vuote segnano il cammino
e il riposo
fintanto che tu possa affrettarti
alla mensa sapida che t'attende già.
XIV.
Sogni sconfessati trascinano il desiderio
scavano impietosi le terre brulle della malinconia
ove ti trovo a dilaniare carni selvatiche
gravide di muschio,
acri, di umido sesso mai consumato né stantio
pulsante nella sua avidità,
straniato come fiera crudele
serri la morsa su ogni goccia di tempo
e mi insegui senza vero calore.
Cristallizzato, altrove, nell’Altrove
come alle saline fragili, t’ho visto
allora
spezzare le lastre del tuo deserto
e mai sazio d’aridità
farti mendicante
ignorando questo sole abbacinante, cui m’arrendo
nuda di me.
Tu, ora, in un mai eterno
avvolto dal mantello della mestizia
- quando bastavano grafemi, liberi
dalle gabbie del senso comune -
a nutrire e dare pace nel dono di un pane fragrante
amore saporito e condiviso davvero.
Tale mai ti sorprende davvero?
Nello spazio trasceso, infinito
del tempo
ardito, ancora oceano potente
lì mi troverai,
oltre questa carne, ardente,
nei moti ondosi ad adorare
infine
la fiamma della vita.
XV.
Omissis
...
purché sia vita, il sale della vita,il sapore di un’eternità promessa
o che sia morte, l’arido deserto della fine, castelli dispersi
e solo voce nel vento.

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